argentina

Repressore vecchio fa buon brodo

Magggica l’ultima copertina della rivista Barcelona. L’onda di bava che va tanto di moda in argentina in questi mesi.

Barcelona, copertina 15 agosto 2008

Giovedí prossimo si saprá il verdetto del processo che vede sul banco degli accusati  Luciano Benjamín Menéndez y Antonio Bussi per crimini di lesa umanitá e dell’omicidio del senatore Guillermo Vargas Aignasse, perpetrato il 24 marzo del 1976. Il pubblico ministero Alfredo Terraf ha chiesto la pena massima, considerando che la morte di Vargas Aignasse non é stata assolutamente un caso isolato, ma “la conseguenza di un piano tenebroso”. Si tratta del primo processo a crimini per violazione dei diritti umani nella provincia di Tucuman, provincia del nordovest argentino dove Antonio Bussi ha coperto diversi ruoli istituzionali negli ultimi trent’anni.

Ultimamente Bussi si reca in tribunale con tubetti di ossigeno, ascolta le dichiarazioni come se fosse assente, anziano, malato. Piú di una volta si é dovuto interrompere l’udienza per repentini malori dell’imputato.  Oggi con un moto di orgoglio e di energia ha accusato Terraf di agire “con toni smisurati”, “mosso dalla sete di vendetta”, chiedendogli di “superare le cattive abitudini del passato”.

Il pubblico ministero ha chiesto che in caso di condanna Bussi sconti la pensa nel carcere di Villa Urquiza, proprio dove la sua vittima, Vargas Aignasse, ha passato gli ultimi momenti della sua vita.

perle

Peronismi

Il peronismo, in fin dei conti, è il 60: una linea di autobus che in realtà sono molte linee. Tutte hanno lo stesso colore, lo stesso numero, però una va a Tigre, un’altra a Escobar, una passa per Ayacucho, l’altra per Libertad, e tutte usano la stessa immagine, nonostante siano così diverse. Così il peronismo porta i suoi clienti un po’ da tutte le parti, fiduciosi e pressati.

Martín Caparrós

foto

Una foto al giorno

Oggi inauguro una nuova sezione del sito, Una foto al giorno. La novitá rispetto a flickr é che ogni immagine puó essere commentata.
Sará un bello stimolo, un modo per auto-obbligarmi a tenere gli occhi aperti.

media

Don’t call me lottizzato

Interessante articolo di Crítica di qualche giorno fa. La ricerca “Il prezzo del silenzio“, della Asociación por los Derechos Civiles, prende in analisi i rapporti non proprio trasparenti tra il Governo e i mezzi di comunicazione “amici”. Sembrerebbe che il segretario de medios Enrique Albistur distribuisce fondi statali con grande generositá, ma solo ai mezzi di comunicazione che trattano l’attuale governo con benevolenza.  Funziona piú o meno cosí: la secretaría de Medios de Comunicación é l’organo che tra le altre cose decide come gestire i fondi pubblici dedicati alla comunicazione (pubblicitá progresso, comunicazioni istituzionali, campagne di sensibilizzazione, etc). É fin troppo facile dirigere questi fondi a giornali e televisioni amiche, come Página12, lasciando agonizzare dal punto di vista economico i media oppositori. Una censura sutil. Albistur ha anche un conflitto di interessi grande come una casa, visto che é l’imprenditore pubblicitario piú importante del paese, ma questa é un’altra storia.

Fin qui niente di nuovo, normale amministrazione del potere. Quello che mi ha incuriosito é invece la dinamica di compra-vendita dei giornalisti della radio e della TV, soprattutto della TV via cavo.

“il sistema funziona, in parte, perché molti proprietari di stazioni radio o canali di televisione via cavo vendono segmenti di spazio a giornalisti e case di produzione, che poi cercano contratti pubblicitari per pagare i costi di produzione e dello spazio, e allo stesso tempo generare ricavi”.

Insomma, la terzializzazione dell’etere indebolisce il controllo che i proprietari dei mass media hanno sui contenuti dei loro programmi. Cosí diventa sempre piú difficile dire “il canale TN é dell’opposizione” oppure “CN5 significa Cristina Nestor 5″, chi é pro e chi é contro. La lottizzazione italiana (ricordate? Rai1 DC, Rai2 PSI, Rai3 PCI) sembra roba preistorica. Qui sono direttamente i giornalisti o i produttori del singolo programma che escono a cercare sponsor. Sponsor pubblici (il governo é sicuramente il cliente n°1) o privati, non fa differenza.

“All’inizio trovavano nel cavo un posto dove esprimere le loro idee liberamente senza nessun tipo di pressione. Un ambiente ideale. Adesso, che é successo? Sono arrivati quelli che hanno scoperto che grazie ad un piccolo programma televisivo, della radio o del cavo si possono guadagnare molti soldi. Basta semplicemente non dire ció che andrebbe detto”.

In Italia ci lamentiamo per l’oligopolio dell’informazione, con due soli blocchi a contendersi lo spazio televisivo. Sembrerebbe peró che la pluralitá non sia sufficiente per creare qualitá informativá. Aiuta, ma non basta.

cinema, sogni proibiti con la mula

Esperando la carroza

È passato un po’ di tempo dall’ultimo post della sezione “Sogni proibiti con la mula“.

A tutti gli amanti di questo paese consiglio di vedersi il film “Esperando la carroza“, di Alejandro Doria. A detta di molti si tratta della miglior commedia argentina di tutti i tempi. Il film per certi versi fa parte di un certo cinema trash anni ‘80, in certe cose ricorda Almodovar, per il gusto di raccontare la bruttura che è dentro di tutti noi attraverso personaggi improponibili. A questo ci aggiungiamo una dose di cinismo tutto argentino con quel gusto impareggiabile che ha la gente da queste parti quando dice “siamo i peggiori del mondo e ce ne vantiamo!”.

Il film racconta uno spaccato dellla classe media argentina fine anni ‘70/inizio ‘80. Lo spunto è la scomparsa dell’anziana madre di quattro fratelli. Si teme che la vecchia, fino a quel momento un peso per tutta la famiglia, si sia suicidata sotto un treno. Una commedia noir dove la meschinità e il cinismo dominano ogni scena, roba da far applaudire Buñuel da dentro la tomba. Molti attori di grande calibro, una su tutti China Zorrilla, attrice uruguaya, che ruba la scena agli altri attori con frasi memorabili che sono entrate a far parte dell’uso quotidiano, come:

Mi vecina me copia en todo….yo hago puchero, ella hace puchero, yo hago ravioles, ella hace ravioles…QUE PAIS!

oppure

Yo le pido a la Virgen, pero a la de Lujan. A Lourdes no voy más. Iba siempre y me traia el agua bendita para tomar con el mate. La última vez me agarró una diarrea!!!! Lo que me acordé de esa Virgen!!!!!! Al final esa te cura de un lado y te jode del otro!!!!

Ma quando chiedi a qualcuno se ha visto il film tutti ricordano una scena, su tutte, questa:

incorporato da Embedded Video

YouTube DirektEsperando la carroza, Youtube

Per tener fede al nome della sezione vi consiglio vivamente di COMPRARE il film. Compratelo all’edicola di fiducia o affittatelo da Blockbuster. È un film argentino dell’85, sicuramente lo troverete. I pigri invece lo possono scaricare da Taringa, come sempre.

futbol

L’ironia della sorte del burrito

Ariel “el burrito” Ortega lascia il River Plate. L’ennesima ricaduta alcolica, un incidente stradale senza conseguenze, la goccia che fa traboccare il vaso, Ortega deve lasciare il club. In questi giorni si parlava di un suo possibile trasferimento all’Al Ain, squadra degli Emirati Arabi. E io pensavo:”bene, meglio di Maradona e di Charly Garcia, Orteguita si é scelto una clinica come si deve per disintossicarsi dall’alcol: un paese mussulmano”. E invece no, la notizia di oggi é che El Burrito giocherá nella serie B argentina, con l’independiente Rivadavia, squadra di Mendoza…la terra del vino.

cose dell'altro mondo

Fenomenologia della mancanza di monete

Tres guitas, di J [jmpznz]
Tres guitas, di J [jmpznz]

Nonostante io non ne parli da un po’ di tempo, il problema della mancanza di monete non ha abbandonato il Paese. La ricerca di metalli, pregiati e non, si manifesta in diverse forme: furto dei cavi di rame dai binari ferroviari, furto della maniglia di ottone di casa mia (un paio di mesi fa) e diminuzione continua del numero di monete in circolazione.
Questa sorta di psicosi collettiva, questa lotta quotidiana per avere due monetine con cui pagare l’autobus, creerebbe frizioni in qualsiasi metropoli del mondo, ma in questa cittá, isterica fin dal DNA, puó creare dei veri mostri. Un amico argentino mi spiegava come devo comportarmi con il kiosquero che non vuole darmi monete:
“Tu non devi andare dal kiosquero sventolando  la banconota e chiedendo se puoi  fare un acquisto da un peso con una banconota da due pesos, noooo. Tu devi fare finta di niente, devi comprare, pagare con la banconota da due pesos, come se non sapessi leggere e non avessi visto il cartello gigantesco che dice PAGATE CON MONETE. A quel punto tu sei dalla parte della ragione e il negoziante dalla parte del torto. La colpa è sua”.
Al che io obbietto ingenuamente: “Ma qui non si tratta di chi ragione e chi ha torto. La missione non è umiliare l’altro. Qui si tratta solo di monete e i negozianti non ne hanno, a prescindere dal modo in cui io le chieda”.
“Povero illuso – dice il mio amico – si vede che non conosci la psicologia del kiosquero. Questo individuo odia il cliente che gli ruba le monete con la scusa di comprare un paio di caramelle. Sono quelli i clienti che gli faranno perdere la vendita importante del giorno, quando non potranno vendere la stecca di sigarette ad un altro cliente perché si sono ritrovati senza monete per il resto. Quindi il kiosquero che fa? si chiude in trincea, assediato. Rinuncia alle piccole vendite, insignificanti, e protegge il suo piccolo tesoro, le monete, promesse a futuri gloriosi, magari addirittura destinate ad essere il resto di un acquisto di un giocattolo o di un ombrello.  Il kiosquero rinuncia ad una vendita di caramelle, rinuncia alla seconda, tiene duro, ma non puó reggere per sempre, ad un certo punto deve cedere, per la paura di compromettere troppe vendite. Se a questo punto arrivi tu con la tua faccia sicura, fredda, decisa e il tuo bel biglietto da due pesos lo farai sentire piccolo piccolo, in colpa, e ti darà le agognate monete di resto”.

E c’è ancora qualcuno che si stupisce che in questa città la metà della popolazione sia in psicoanalisi…

vecchio continente

A la catalana


Foto di florriebassingbourn

Da qualche giorno abbiamo ospiti, una coppia di amici di Barcellona. Il nesso è assolutamente casuale, ma loro presenza mi ha fatto ragionare un po’ sulla condizione di catalano, o meglio, sull’idea che si ha in Argentina dei catalani.

In Italia non si ha molta coscienza del catalano. Normalmente l’italiano pensa che il  catalano sia l’abitante di Barcellona, città meravigliosa, Gaudì, chiringuitos sulla  spiaggia, birra a fiumi, eccetera. Ne “Il Ciclone” Pieraccioni spiegava giustamente a  Ceccarini che la Catalogna non esiste, è come l’Atalanta.

In Argentina è diverso. Mi fa sempre ridere la reazione dell’argentino quando sente  nominare la parola “catalán”. Gli si alza un angolo della bocca e nasce un sorisetto  sarcastico, una smorfia o, più precisamente, un ghigno. Non succede la stessa cosa con le  parole “español” e “gallego”, qui sinonimi. Invece il catalano viene ricevuto con un ghigno. Come mai?
Fondamentalmente perchè l’argentino già sa. Sa già che cosa lo aspetta, sa già che il  catalano in questione sarà borioso, “catalano-centrico”, un po’ nazionalista e (cosa  gravissima) assolutamente a digiuno di cultura argentina.  Un commento durissimo che solitamente viene riservato ai catalani da questa parti è “Ma guarda questi, sono scesi dal mulo l’altro ieri e si credono i padroni del mondo”.

Quando poi malauguratamente qualcuno si azzarda a chiamare il catalano “spagnolo” allora ha inizio una vera pantomima. Il catalano alza di scatto una mano irrigidita, blocca la conversazione e precisa “Español no. Catalán, soy catalán”. Allora il sorrisetto malizioso dell’argentino si trasforma direttamente in una fragorosa risata. Il catalano guarda stupito, non capisce che cosa ci sia da ridere. Non capisce che l’argentino ride perchè dei regionalismi spagnoli non gniene importa proprio nulla…baschi, galiziani, catalani, valenciani…per lui sono tutti gallegos. Il resto sono questione interne, che su questo lato dell’oceano non interessano a nessuno.

Ricordo una mostra di Quino alla Biblioteca Fort Pienc di Barcellona. I visitatori  dovevano passare sotto un arco che diceva: “Un negro se lamentaba a la orilla de la mar: ¡Quién fuera blanco! (llorando), aunque fuese catalán”

buenos aires

Sempre Buenos Aires

Per un cieco, di quei ciechi che hanno le orecchie e gli occhi ben aperti inutilmente, non c’é niente da vedere a Buenos Aires, mentre per un sognatore ironico e un po’ sveglio le strade della cittá sono grandi e piene di novitá! Quanti drammi nascosti negli edifici degli appartamenti! Quante storie crudeli nei visi di certe donne che passano! Quanta delinquenza in altre facce! Perché ci sono visi che sono una cartina dell’inferno umano. Occhi che sembrano pozzi. Sguardi che ricordano piogge di fuoco biblico. Stupidi che sono un poema all’imbecillitá. Canaglie che meritano una statua allo scansafatiche. Banditi che studiano le loro frodi da dietro il vetro sporco, sempre sporco, di una latteria.

Roberto Arlt, "Aguafuertes porteñas". Traduzione casereccia di Tanoka

Oggi é stato come ritrovare un vecchio amico. Ho ritrovato Buenos Aires. Per chi come me vive appena fuori dal centro e lavora lontanissimo dal centro, questa parte della cittá diventa quel posto che hai sempre in mente e dove non vai mai. E’ come essere il vicino di pianerottolo di Uma Thurman e vederla un paio di volte all’anno, sull’autobus, in mezzo ad altre mille persone.
Los barrios porteños hanno il loro fascino, sono l’essenza dell’argentinian way of life, tranquilli, autosufficienti, luminosi.  Peró il centro ha creato e alimenta il mito di Buenos Aires. Il centro é Buenos Aires.Tutti lo criticano, dicono: "Oh noh, povero, devi andare in centro? é un caos". Sará un caos, é vero, é inquinato, grigio (perché la gente d’inverno si veste solo di blu, nero e marrone scuro?), chiassoso, decisamente stressante. Peró é un posto pieno di fascino, un fascino che dopo un anno e mezzo per me é ancora intatto: i bar, i cinema, le librerie, i teatri, i cabaret. La Ideal, La Giralda, El Britanico, il 36 Billares..entri ed é impossibile non sognare la cittá degli inizi del secolo scorso.
E poi é impossibile dimenticarsi di essere in una capitale, la burocrazia si respira nell’aria. Resto ipnotizzato a guardare tutte quelle persone incravattate, quei funzionari pubblici che mi ricordano tremendamente i racconti di Kafka. Tutti grigi, quasi sempre soli, scuri in volto. Migliaia di persone che si accalcano in metropolitana, migliaia che camminano per calle Florida, tutti di fretta.  Terribile e bellissima Buenos Aires.

Devo trovare un lavoro che mi permetta assaporare piú spesso queste sensazioni, altro che stare a guardare la quinta de Olivos..

argentina

Inverno caldo

Che ambientino.
Sembra che sia passato l’uragano e stia ricominciando la ricostruzione. Cristina cerca di riprendere discretamente le redini del potere: ha derogato la fatidica legge 125, ha chiuso Nestor in un armadio per un paio di giorni, ha ripreso Aerolineas Argentinas, compagnia di bandiera, che ritorna ad essere un’azienda dello stato. Ma non se ne accorge nessuno. La croce rossa sta ancora raccogliendo morti e feriti della guerra col campo. Due giorni fa si è dimesso il segretario (leggi ministro) d’agricoltura Javier de Urquiza. Oggi getta la spugna il numero 3 della piramide K, il capo di gabinetto Alberto Fernandez. Dice che è per dare ossigeno alla presidenta. Sarà.
I giornali danno una decina di giorni di autonomia anche a Giullermo Moreno, segretario del Commercio. Colpevole di truccare i valori dell’INDEC (inflazione, indice di povertà, ecc) e di usare pratiche intimidatorie in tutte le azioni che lo vedono protagonista. È una specie di morto vivente, con lo spirito di un orsetto della Duracell. Per fermarlo credo che lo dovranno abbattere, come il cervo di Bolzano.

Chiamatela epurazione, chiamatela resa dei conti, chiamatele teste che rotolano. Io penso piuttosto che ci sia voglia di ricominciare e questa battaglia campale ha logorato molte figure del governo. Se si vuole ri-iniziare qualche messaggio lo si doveva dare. L’opposizione inesistente fa un sacco di chiasso sui giornali (che ripeto, sono l’unica vera opposizione all’orizzonte): cantano vittoria, dicono che derogare la legge non è abbastanza, rilanciano…come se davvero dipendesse da loro. Come se il "matrimonio presidencial" (come l’ho sentito definire questa mattina in TV) si lasciasse intimidire da questi quattro cani sciolti. Avvoltoi, tipo l’ex presidente-express Eduardo Duhalde, peronista, che ha la faccia di gomma e in questi giorni organizza conferenze stampa per dare consigli a Cristina. Tutti cercano spazio, tutti si accalcano e spingono per arrivare in prima fila e farsi fare la foto, sperando che tra tre anni, alle elezioni, la gente dica "ui, questol’ho già visto da qualche parte, lo voto".
La verità è che manca ancora tanto tempo alle elezioni. E il governo ha la possibilità di lavarsi la faccia, darsi una sistemata e recuperare un po’ di credibilità. Io ci spero, più che altro perchè non vedo nessuna alternativa credibile. E quelle che ci sono mi fanno più paura dei Kirchner.