Precarietá o esodo

italia — tanoka @ 1:36 am

Agli amici che hanno contribuito alle riflessioni sugli italiani che oggi decidono di trasferirsi in Argentina potrá interessare un articolo apparso domenica sul quotidiano “La Nación”: precarietá o esodo, il dilemma giovanile italiano. Credo che l’articolo sia una fotografia ben riuscita del momento storico italiano: precarietá professionale, giovani con scarse prospettive economiche, crisi del sistema pensionistico, la raccomandazione elevata a sistema.

Oltre all’articolo é interessante leggere i commenti che lo seguono. I lettori della Nación, si sbizzarriscono: c’é chi é disposto ad ospitare 3 ragazze italiane e chi non ne vuole propio sapere della nuova ondata di tanos. Ma é meglio che si preparino, stiamo arrivando…

Grazie a Lorenza per la segnalazione.

18 commenti »

  1. Farebbe bene a molti italiani leggere quei commenti e provare a sentirsi gli indesiderati…

    Commento di farc — 11 12, 2007 @ 11:18 am
  2. La fotografia italiana della corrispondente argentina a Roma, è vecchia. Per noi, non per gli argentini. I ragazzi cui si riferisce l’articolo non migrano certo in Sudamerica a cercare più soldi, è evidente che vadano in Europa, Usa e Giappone. Ma effettivamente sono i commenti ad essere sconcertanti! Pur sapendo il tipo di lettore dela cattolica e tradizionalista Nacion, non mi aspettavo che quel 50 per cento figlio di italiani sparlasse tanto degli italiani. Mi sono persa molto perchè non conosco molti termini (a proposito cosa facevano i tanos a Lavalle?) ma il senso non mi è sfuggito. Mi tratterrò dal commentare sulla Nacion, non tanto per difendere l’Italia, (mi interessa ben poco) ma per lo meno per dire guarda un po’ da che pulpito viene la predica. L’italiano, tra i tanti difetti, ha il pregio di non sentirsi “italiano” in senso dispregiativo in nessuna parte del mondo. Dal momento in cui ha deciso di lasciare il paese, vuoi per una breve esperienza, vuoi per vivere altrove, non si sente nè “sudaca” nè “yankee”. La nostra identità è ben forte e non ha bisogno di patriottismi, Dio, papi, etc. Io mi sento fortunata: sono nata in mezzo all’arte più bella del mondo che mi dà senso di appartenenza a una terra ovunque vada. Questo, credo, è l’unico modo per non sentirsi estranei (anche se stranieri) nè a casa propria nè altrove. Emigrate e immigrate gente, che le frontiere sono aperte.

    Commento di malenamil — 11 12, 2007 @ 1:05 pm
  3. Per Tanoka: ti rinnovo l’invito a proporre un pezzo ai giornali argentini (casca a fagiolo la Nacion) su cosa fate voi italiani della nuova generazione in Argentina. Bastano cinque interviste, il pezzo è fatto. Forza, rappresentaci tu!

    Commento di malenamil — 11 12, 2007 @ 1:15 pm
  4. Scusa la monopolizzazione… segnalo a fronte di un dato letto nei commenti argentini con cifre inventate , che nel 2006 gli italiani nel mondo risultavano 3 milioni.

    Questo documento invece è interessante per capire passato e presente:

    ANTICIPAZIONI
    Rapporto Italiani nel mondo 2006
    Roma, martedì 11 luglio 2006 ore 11.00
    Biblioteca del CNEL
    Viale Lubin, 2 (metro A, fermata Flaminio)
    Intervento di DELFINA LICATA, redattrice Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes
    A me dunque l’arduo compito di cercare di non annoiarvi con numeri e percentuali!
    Per illustrare gli aspetti socio-statistici della presenza italiana all’estero occorrerebbe molto più
    tempo dei 15 minuti a disposizione.
    Mi soffermerò dunque solo su alcuni aspetti attraverso i quali cercherò di trasmettervi l’interesse
    e la vitalità che il tema dell’emigrazione italiana ha ancora oggi.
    Alcuni si chiedono se ha senso parlare oggi di emigrazione italiana. Lo ha e come! Chi pensa
    infatti che l’emigrazione italiana sia un fatto del passato commette un grande errore: non siamo
    sicuramente ai livelli del 1913, anno in cui si registrò il picco massimo del numero di partenze
    dall’Italia: su una popolazione di circa 35 milioni di abitanti, nel 1913 lasciarono il paese alla
    volta dell’estero ben 900 mila persone, il 2,6% dell’intera popolazione, qualcosa di incredibile!
    Oggi dai dati ISTAT sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche risulta che dal 1996 al 2000 gli
    espatri sono stati, in media, 43 mila a fronte di 31 mila rimpatri.
    Contrariamente a quello che si può pensare, l’emigrazione è stata un fenomeno che ha coinvolto
    dapprima i nostri connazionali del Nord Italia. Regioni quali il Veneto, il Piemonte e la
    Lombardia hanno vissuto tra Ottocento e Novecento un vero e proprio spopolamento. Si pensi
    che dal Veneto oggi tra le prime regioni per numero di immigrati stranieri, si registrarono ben 3
    milioni di espatri tra il 1876 e il 1900. E si pensi anche che da Cuggiono, piccolo paese della
    provincia di Milano che contava appena 4.000 abitanti, partirono per New York nei primi venti
    anni del 1900 circa 1.700 abitanti.
    È solo dal Dopoguerra che i flussi sono diventati in prevalenza meridionali. Nel 2007 ricorrerà
    l’anniversario di quella che è stata definita la Marcinelle americana: nel dicembre 1907 vi fu il
    crollo nella miniera di carbone di Monongah (West Virginia), in cui rimasero uccisi 171 minatori
    italiani su un totale di 361 vittime, in prevalenza provenienti da Abruzzo, Calabria, Molise e
    Campania.
    Quello dell’emigrazione italiana non è un argomento semplice. La complessità è sua prerogativa
    principale e non solo perché l’italiano emigra sin dall’Ottocento, ma anche perché i suoi
    spostamenti sono stati caratterizzati da direttrici molteplici: le nazioni confinanti del Nord,
    l’Europa, le rotte transoceaniche, ma non bisogna dimenticare le migrazioni interne, che hanno
    avuto un così rilevante peso nello sviluppo del Nord Italia, arricchitosi di milioni di nuovi
    residenti meridionali. Anche queste migrazioni sono ridimensionate rispetto al passato. I flussi
    più elevati si registrarono nel 1962, con circa 2.200.000 trasferimenti dal Sud e dalle Isole. Dalla
    fine degli anni ’60 seguì un progressivo e netto ridimensionamento, che però non ha mai
    comportato un definitivo azzeramento dei flussi, per giunta in ripresa dalla metà degli anni ’90.
    Ancora oggi ogni anno sono circa 70.000 i laureati e i diplomati che trasferiscono la loro
    residenza al Nord per motivi di lavoro e di realizzazione professionale.
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    Da una recente ricerca emerge che gli italiani, soprattutto se in possesso di titolo di studio
    medio-alto, sono disposti a lasciare l’Italia e andare a vivere all’estero.
    Da questa stessa indagine emerge però che ciò che spinge ad emigrare, non è più la condizione di
    bisogno e di povertà; tutt’altro, si viene spronati dal fatto che paesi come la Spagna, il Regno
    Unito o la Francia siano, nell’immaginario collettivo, i luoghi migliori in cui è possibile
    realizzarsi professionalmente ed economicamente.
    Ma quanti sono gli italiani all’estero? Secondo i dati dell’AIRE, Anagrafe dei cittadini italiani
    residenti all’estero del Ministero dell’Interno, parliamo di 3 milioni e 100 cittadini. Questo
    database rispetto all’anno scorso computa circa 400.000 unità in meno. Questa è la conseguenza
    di un’opera di ripulitura e di aggiornamento delle registrazioni che l’Aire sta effettuando.
    Tre milioni e 100 mila italiani, dunque, presenti in tutte le parti del globo: basti pensare che
    scorrendo la graduatoria delle nazioni che accolgono l’emigrazione italiana, tra i primi 15 paesi
    troviamo rappresentati ben 4 continenti: Europa, America del Nord e Latina, Africa e Oceania.
    Il 60% degli italiani residenti all’estero è in Europa soprattutto in Germania, Svizzera, Francia
    e Belgio. Segue l’America con l’Argentina.
    La diaspora italiana all’estero vede oggi maggiormente coinvolte le regioni del Sud Italia.
    Tra le prime cinque regioni di origine dei nostri connazionali residenti all’estero le prime quattro
    sono del Sud e a seguire troviamo il Lazio. Scendendo ancora più nel dettaglio le prime 5
    province sono tutte del meridione: Agrigento, Cosenza, Bari, Palermo, Napoli.
    Se a questi tre milioni e 100 mila aggiungiamo tutti i discendenti che non hanno conservato la
    cittadinanza si arriva a 60 milioni di persone.
    Questi sono solo dei piccoli flash che nel rapporto verranno ampliati e arricchiti di riflessioni
    suggestive.
    Quali sono gli elementi che caratterizzano questa nostra collettività all’estero? Innanzitutto la
    voglia di realizzarsi, tant’è che guardando alle storie di vita, è davvero sorprendente scoprire la
    coesistenza di vissuti di povertà e di successo.
    Parlare degli emigrati italiani significa parlare tanto dei cartoleros che a Buenos Aires rovistano
    tra l’immondizia per cercare di mettere insieme 10 chilogrammi di carta che fruttano due pesos,
    che dei 10 presidenti di origine italiana della Repubblica di Argentina.
    Si può parlare tanto delle attuali grandi industrie con sede all’estero, al cui comando c’è un
    italiano emigrato, che degli italiani luminari di medicina primari delle strutture ospedaliere
    americane o europee più all’avanguardia.
    Alcuni esempi di storie di successo: a 130 anni dall’arrivo dei primi migranti italiani in Brasile si
    contano molti veneti tra i maggiori imprenditori brasiliani, esponenti della sorprendente ripresa
    economica di Lula. Tra loro spicca Luiz Fernando Furlan. Già a capo della Sadia (la maggiore
    agro-industria brasiliana) e attualmente ministro prediletto del presidente Lula, Furlan ha
    ereditato dal nonno veneto l’impresa che oggi esporta 250 prodotti agroalimentari in 92 paesi
    del mondo ed è stato premiato come “uomo dell’anno 2004”. Si occupa invece della produzione
    di carrozzerie di pullman la Marco Polo di Paolo Bellini, 10.300 dipendenti che fabbricano
    17.000 autobus all’anno. Suo nonno, Giuseppe, arrivò a Caxias do Sol (Brasile) nel 1885 da S.
    Benedetto Po in Provincia di Mantova. Dieci anni prima, nel 1875, era arrivata a Flores da
    Cunha (Brasile) da Caldogno (in provincia di Vicenza) anche la famiglia di Darcy Castellan, oggi
    settantacinquenne, creatore della Forense, il maggior mobilificio del Sudamerica che, all’inizio
    del 2006, ha aperto il suo 102esimo mobilificio a New York.
    I nomi di chi ha avuto successo sono tanti e agiscono da forte richiamo per i nostri giovani che a
    migliaia ogni anno ormai partono dopo la laurea per mettere la propria intelligenza e
    professionalità acquisita al servizio di altri paesi.
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    Accanto a questi giovani ve ne sono tanti altri figli di terza, quarta generazione che chiedono
    con forza e ottengono in alcuni casi, nei paesi in cui sono nati per scelta dei propri bisnonni,
    nonni o genitori, l’insegnamento della lingua e della cultura italiana. Sono i giovani venezuelani,
    cileni, argentini o statunitensi che il più delle volte si trovano a dover fare i conti con un’offerta
    organizzata in modo non adeguato rispetto alle loro richieste e aspettative.
    Senza perdersi d’animo questi giovani cercano vie alternative e le trovano nei new media:
    fioriscono così siti internet, forum e chat in cui si parla e si scrive rigorosamente in italiano, in
    cui ci si scambia informazioni sull’Italia.
    È al privato dei singoli e allo specifico contesto territoriale che bisogna guardare per capire la
    ricchezza dell’emigrazione italiana di oggi.
    Un esempio valga per tutti: la trasmissione radiofonica Un ponte sull’oceano che nasce a
    Partinico (Palermo) ma che giunge fino in America ai nostri connazionali grazie a RADIO ICN
    che la trasmette a New York e in altri tre stati americani.
    Vorrei concludere con un accenno alla propensione dimostrata da sempre dalle nostre
    collettività all’estero per l’associazionismo.
    Sulle associazioni italiane all’estero sono fioriti numerosi studi storici, ma l’ultimo censimento
    curato dal Ministero degli Affari Esteri risale al 2000. Si contavano, allora, 7.656 aggregazioni
    con oltre due milioni di soci, maggiormente presenti in Europa (3.319 in Europa, 2.865 in
    America, 755 in Oceania, 702 in Africa e 15 in Asia). Prevaleva la Svizzera con 1.438
    associazioni e seconda la Germania con 645 associazioni
    Dopo la costituzione delle Regioni negli anni ’70, è andato sempre più diffondendosi
    l’associazionismo regionale che ha svolto un’opera veramente meritoria per far conoscere l’Italia
    ai discendenti degli italiani e all’occorrenza per farli venire a studiare in Italia, come anche
    numerose sono state le iniziative socioculturali promosse all’estero. Purtroppo non è disponibile
    una raccolta organica dei dati relativi a queste iniziative
    Grande risalto ha avuto nel dopoguerra l’associazionismo di servizio, ad esempio nel settore della
    formazione professionale e specialmente nell’ampio campo della tutela socio-previdenziale, in
    cui sono stati protagonisti gli istituti di patronato costituiti dai sindacati o da altre associazioni
    nazionali di lavoratori, che hanno riscosso un grande apprezzamento da parte dei loro assistiti.
    Una particolare espressione dell’associazionismo sono le Missioni Cattoliche Italiane (MCI) che
    operano, in prevalenza in lingua italiana, per il benessere spirituale ma anche per l’assistenza
    sociale e materiale dei nostri connazionali. Nel mondo esistono 431 centri, parrocchie, missioni o
    altro che forniscono una cura pastorale anche in lingua italiana, dove sono impegnati 543
    sacerdoti, 166 suore e 51 operatori laici.
    In conclusione occorre sottolineare che, sia per quanto riguarda le associazioni a carattere
    nazionale che quelle a carattere regionale o provinciale, è indispensabile superare la diffusa
    lontananza tra le prime generazioni e le nuove e nuovissime generazioni, dando seguito con
    maggiore convinzione alle modifiche necessarie per rispondere ad esigenze così profondamente
    cambiate nel corso del tempo, ma che presentano una costante: la richiesta di non spezzare il filo
    che collega alla madrepatria ma anzi il desiderio di coltivare maggiormente questo rapporto
    fatto di scambio, rispetto reciproco e incontro di ricchezze diverse.
    Il Rapporto che verrà pubblicato agli inizi di ottobre è questo e molto altro ancora.
    Termino con uno slogan: l’Italia, chiamata a vivere in maniera più adeguata in un mondo
    globalizzato, ha bisogno di riscoprire i suoi emigrati!

    Commento di malenamil — 11 12, 2007 @ 1:39 pm
  5. Bueno, si son todos como vos, mejor que se queden en italia…

    Commento di Argentino enojado — 11 12, 2007 @ 1:55 pm
  6. Lastima que estamos lejos argentino enojado, porque me encantaria tu chamuyar (o no sos bueno?) asi que por lo meno decis algo mas caballero!
    A proposito, una sugerencia: como que no entendes un carajo de italiano, dejate de comentar .

    Malena baila el tango como ninguna, y en cada verso pone su corazòn….

    Commento di malenamil — 11 12, 2007 @ 2:44 pm
  7. Non sono d’accordo con Malenamil, l’analisi dell’articolo non mi sembra vecchia. La giornalista non scrive che gli italiani stanno emigrando in sudamerica, quella é una conclusione che hanno tratto i lettori che commentano l’articolo. i commenti non li ho letti tutti, sono sincero…mi annoiano un po’ e la stragrande maggioranza di chi scrive lo fa per sentito dire, senza conoscere veramente la realtá italiana.

    Mi sembra peró che l’articolo centri il bersaglio quando sottolinea un tema che caratterzza l’italia oggi: i giovani difficilmente potranno dare ai propri figli piú di quello che hanno ricevuto dai propri genitori. Dubito persino che riescano a dare ai propri figli le stesse cose che hanno ricevuto dalla propria famiglia. Siamo figli del boom economico, ma i nostri figli non cresceranno nello stesso ambiente. La catena virtuosa italiana nonno agricoltore, figlio artigiano e nipote laureato si blocca oggi e non promette grandi cose per i bisnipoti. i nostri genitori vivevano con un lavoro sicuro, si sono costruiti una casa, hanno comprato automobili, educazione per i figli, viaggi per i figli, case per i figli….. Sará cosí anche in futuro? ne dubito.

    Stendiamo poi un velo pietoso su quell’imbecille di Argentino enojado, che scrive dall’italia e si sente comunque in diritto di fare l’intollerante.

    Commento di tanoka — 11 12, 2007 @ 3:42 pm
  8. Intendevo vecchio nel senso giornalistico del termine…cose già scritte molto tempo fa da tutti i giornali. Ovvio che il tema resta attualissimo
    I commenti: io li ho letti tutti da vera giornalista:)
    Argentino enojado està en Italia? Que buena noticia! Un argentino enojado meno en Argentina!

    Commento di malenamil — 11 12, 2007 @ 4:51 pm
  9. ciao tanoka..
    di nulla per la segnalazione..
    mi sembrava interessante “compartirla” con un soggetto dell’articolo!!!
    ne avevo lette altre sul clarin e su pagina12… pero ancora non ti conoscevo..
    se riesco le recupero.

    io ho letto tutti i commentari…
    e mi son fatta due risate..
    cmq non so se sei di casa nei commentari della nacion pero son sempre gli stessi..
    e la maggior parte hanno un profilo scadente!

    sei andato in piazza ieri a scattare qualche foto?

    besos

    Commento di Lorenza — 11 12, 2007 @ 8:48 pm
  10. Jeje, non non ero presente all’incoronazione di Cristina. Peró ho seguito il discorso in tv e devo dire che era da tempo che non sentivo un politico esprimersi in modo cosí diretto ed efficace. Per quanto mi riguarda Cristina guadagna punti giorno dopo giorno.
    Tra l’altro ho visto che ci sono stati anche degli scontri di piazza tra i sostenitori della coppia K. Erano diverse fazioni filogovernative che si menavano per avere accesso alle prime file.

    Commento di tanoka — 12 12, 2007 @ 12:40 am
  11. Caro Tanoka
    scappare dall’Italia, come hai fatto tu e come ho fatto io 8 anni fa può fare davvero del bene, sempre che non si perdano le radici. E l’Argentina, nonostante l’arroganza di alcuni portenios è un bel posto…
    Su Cristina non sarei così entusiasta…
    Viva gli emigranti!
    EG

    Commento di Emiliano Guanella — 12 12, 2007 @ 2:21 am
  12. “nonno agricoltore, figlio artigiano e nipote laureato”
    …bisnipote tronista o grandefratellista o velina…

    Commento di Clara — 12 12, 2007 @ 4:29 am
  13. …questa discussione è proprio un toccasana,per un nipote laureato che sta per continuare la catena con un bel bisnipote…che a questo punto spero solo diventi calci-attore…
    Se sarà brutto o scarso lo spedirò dallo Zio d’Argentina…

    Commento di Xeneize — 12 12, 2007 @ 5:49 am
  14. Ehi Xeneizi !
    Ci siamo persi qualche novità ???…
    mììììì ma possibbile chessiamo sempre gli ultimi assapere le cose !!

    Commento di Clara — 12 12, 2007 @ 6:08 am
  15. Ops…siete sempre in giro per il globo:-)…sto per chiamare tuo marito per un solenne mea culpa!

    Commento di Xeneize — 12 12, 2007 @ 7:19 am
  16. Se non ti risponde è perché è “in riunione”… tsè!
    [ah Tano, scusa l'OT... ma è tanto comodo !! ]

    Commento di Clara — 12 12, 2007 @ 9:01 am
  17. @ Emiliano
    Seguo i tuoi blog e mi fa piacere che tu sia passato per un saluto.
    Il mio entusiasmo su Cristina non é assoluto, é relativo. Nel senso che anch’io saprei trovare 500 difetti del governo K se me li chiedessero, ma se mi guardo un po’ attorno, non solo in sudamerica, e penso ai governanti sparsi per il globo…”compro” cristina (e soprattutto la sua retorica, a quella mi riferivo).

    Clara e Xeneize…non vi si puó lasciar soli un attimo che scatenate un OT dietro l’altro….

    Lo Zio d’America

    Commento di tanoka — 12 12, 2007 @ 2:55 pm
  18. [...] in ascensore L’articolo della Nación di cui parlavamo qualche giorno fa non viene solo. É parte di una cucciolata di ricerche “tremendiste” [...]

    Pingback di L’italia in ascensore « Tanoka — 16 12, 2007 @ 4:31 pm

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