Blogger invitato: un tano a Caracas

guida turistica — 30 maggio 2008

Ci siamo scritti con Piero Armenti, l’autore del blog Notizie da Caracas, ed è nata l’idea di scambiarci i post.
Gli lascio volentieri la parola per raccontare le sue impressioni su Buenos Aires, visitata nel marzo 2007.

 

Baires

 

 Chàvez di Ferro

Tre cose le voglio subito dire: la Boca mi ha deluso, pochi metri (Caminito) dedicati a  sedurre il turista, oltre non puoi andare: zona rossa. La sua squadra di calcio è un mito che ne contiene altri: Maradona. Serve altro?

Passeggiavo annoiato: uno sguardo al sosia del "Pibe de oro", uno ai ballerini di tango, lettura rapida della carta dei menù, zero foto. In fondo è esattamente quello che t´aspetti: colori e folkore.

Un’ altra cosa la devo dire: le coppiette innamorate. Tantissime, è la vera metropoli degli sguardi languidi, altro che Parigi. E´ agli antipodi di Caracas,  città  profana, di corpi peccaminosi e osceni. A Baires non hai scelta:  guardarsi negli occhi e promettersi l´eternità. Che poi dura attimi, quando davvero è eterna.

Parchi immensi, cinema, ristoranti al lume di candela, giovani coppie filiformi. Gente magra, gli argentini, e anche elegante. Perché poi, quando devi fare un bilancio della vita, meglio farlo indossando un pigiama di seta.

Si credono- dicono-  superiori al resto dei latinoamericani, da cui vengono visti con un certo fastidio. Dati alla mano, la città è questo: librerie che spuntano,  teatri pieni, e poi? Guardano film francesi.

Le terza cosa è l´Europa, neanche tanto sotterranea, ma emersa.  Baires è europea, più europea di Parigi, Madrid, Berlino, che, vuoi o non vuoi, sono anche africane, arabe, asiatiche.

L´Europa- Baires- ce l´ha nel sangue, anzi è il suo sangue:  un sogno di grandezza oramai  in frantumi. Volevano essere occidente, sulla spinta delle idee positiviste di Alberdi e Sarmiento. Ce l´avevano quasi fatta nell´Ottocento, poi la grande guerra e la crisi del ´29 ha cambiato il mondo, e l´Argentina ha perso prestigio.  Dittature e default: gli ultimi trenta anni hanno fatto il resto,  la gente non si fida più della classe dirigente. Ecco perché l´ultimo tano arrivato, con un secolo di ritardo, va celebrato: razza estinta, non in via d´estinzione.

Dette queste tre cose, potrei anche terminare. Ma quando mi ricapita altra ospitalità sul blog di Tanoka? Vogliamo parlare del tango?  Sono andato in una scuola, poi in una sala. La musica è bella, i passi semplici. I maestri sono troppi. Per una strana alchimia è il ballo perfetto dopo che sei andato in pensione: qualcosa devi pur fare, e questo qualcosa è meraviglioso. Quei movimenti bisogna "spingerli" senza  esitazione, indugiare è fallire, perché le geometrie del tango sono gambe che si incrociano, mani che trasportano, ma mai attesa. La regola fondamentale è una: l´uomo fa l´uomo e la donna fa la donna. Punto. Al diavolo il femminismo. Poi qualcuno mi ha raccontato che lo ballavano gli immigranti per riscaldarsi, mentre aspettavano il turno con la prostituta. Al Pacino in Profumo di donna, quando cercate un capolavoro.

Turisti, tanti turisti. Una professoressa vende i propri quadri in un grande mercato artigianale (non ricordo quale): prima insegnava storia dell´arte, ora ha smesso, vive piazzando opere di dubbio valore artistico a gente alta e bionda. Col mio portafogli ho contribuito  all´economia cittadina, ne ho ricevuto in cambio tanto manzo, vero orgoglio cittadino. Abusarne è fin troppo semplice, farlo fino a sentirsi male una buona ragione di vita. La bistecca è buona,  morbida, ben servita. La mangi e sei felice, dà un senso al viaggio con Aereolinas Argentina, insopportabile il ritardo. E infine, ci vivrei? Se dovesse capitare. Ma non farei pazzie per un monolocale a Palermo Soho: in fondo è come stare a  casa, dunque, me ne sto a casa davvero.

Metti un tano a cena

diario — 28 maggio 2008

E va bene. Tocca a me.  Avete votato e all’unanimitá avete deciso che toccasse a me stendere il resoconto della serata.

Cena al ristorante uruguayo "La Celeste". Presente la crema dell’intelighenzia tana a Buenos Aires. Altissima percentuale di blogger, 4 su 6. Altissima percentuale di uomini, 4 su 6. Non gli stessi.

Sembrava uno dei racconti di Cortazar, o meglio di Fontanarrosa, dove gli amici si ritrovano al bar, a parlare, a parlare, per ore: Cristina K, Milano, il pecorino, l’Argentina, i pensionati italiani in fuga, Berlusconi, le giornaliste pazze, il dulce de leche, il mitico club Deportivo Italiano.

E l’Italia, sempre lí, presente, latente, un mito, un cruccio, uno spauracchio. Impossibile godersi la fuga senza la critica alla madre patria, impossibile criticare l’argentina senza finire a parlare dell’italia.

E poi una nuova idea. Nuova, ma sempre più ricorrente: il Brasile. Non mi provocate, non mi provocate perchè mi conosco e so come finisce la storia. O meglio, so dove finisco io.

Penso che siano venute fuori un sacco di cose interessanti e vi ringrazio per questo. Vi ringrazio per aver accettato un invito messo in piedi in 24 ore e per aver voluto mettervi in gioco senza false timidezze e ipocrisie.

Hasta la próxima

 

Chi va piano

letteratura — 26 maggio 2008

binari, san pedro, argentina

Scopro da Repubblica l’uscita di un libro che visto da qui sembra interessante: "Senza volo", di Federico Pace.  Le storie e i luoghi per chi non vuole più avere a che fare con gli aerei. Per paura o per motivi ecologici. Repubblica riporta un capitolo del libro, un viaggio di Carlos Fuentes, Julio Cortázar e Gabriel García Márquez in treno, da Parigi a Praga per raccogliere un invito di Milan Kundera.

Pur essendo inevitabilmente figlio di questa epoca, mi sento molto legato ai viaggi in treno, al gusto per i viaggi lunghi, apparentemente interminabili. Lo strapotere del viaggio rispetto alla destinazione. Le tappe intermedie. Gli autogrill.

I viaggi in Spagna, l’interrail da solo nel nord europa, i viaggi settimanali a Torino. Il treno, ci sono stati anni in cui lo sentivo come parte di casa. E non si tratta di un’esagerazione. Durante l’Erasmus a Valencia ho passato quasi un anno senza treno, lí si usava soprattutto l’autobus. Arrivato in italia, la prima volta che sono salito sull’Alessandria-Torino Porta Nuova mi sono sentito come se fossi entrato in casa mia. Ricordo che anche allora mi sembró una sensazione bizzarra e preoccupante, ma era proprio quello che sentivo.

Ho perso il conto delle volte che ho fatto Alessandria-Murcia, 31 ore di treno. Pochi soldi, tanta voglia di partire e tanti tanti biglietti fatti secondo la ricetta partenopea, ahum ahum. Il treno attraversava la Francia di notte, scompartimenti sonnolenti e malinconici, che mischiavano i turisti ai pendolari francesi e nordafricani.Si faceva scala a Port-Bou alle 6 di mattina, appena il tempo di respirare un po’ di Spagna e poi si risaliva sul treno. Un illuso avrebbe potuto sentirsi quasi arrivato. Macché, arrivato a Barcellona si era solo a metá del tragitto in termini di tempo. Poi tutto il viaggio lungo la costa spagnola, il Levante. Il sole che batte forte sul finestrino e la spiaggia che corre di fianco a te, non puoi ancora scendere. E poi finalmente l’arrivo a Murcia e la sensazione che il treno ti abbia portato direttamente in Marocco.

Consigli per la lettura: Maruja Torres che in "Amor América" attraversa in treno il continente, dal Cile al Messico. E Paolo Rumiz, il vero teorico del viaggio lento, con i suoi viaggi estivi pubblicati su Repubblica.

In gola al dinosauro

buenos aires — 25 maggio 2008

jorge drexler al treatro gran rex, buenos aires

No, non é un nuovo tipo di augurio tipo "in culo alla balena". É il tentativo di descrivere la sensazione provata venerdí sera, a teatro. Seguendo i passi di Emiliano sono andato anch’io al concerto del cantautore uruguayo Jorge Drexler al teatro Gran Rex. Dopo le due settimane italiane avevo proprio voglia di tuffarmi in Buenos Aires: caffé alla Ideal, spettacolo in un teatro della Calle Corrientes, pizza da Guerín. Un classico, una cartolina, l’abc della notte porteña.

Fin qui tutto bene. Il concerto ha rispettato le aspettative, Drexler mi piace molto, é un ibrido tra Caetano Veloso (nello stile musicale), Alfredo Zitarrosa (nella malinconia), Vinicio Capossela (nella fantasia). Nel concerto ho trovato anche una frase del grande Kiko Veneno, che dice "a mi me va mucho la marcha tropical y los cariños en la frontera, me van". Fuori di metafora mi ha fatto pensare ad alcune considerazioni sul post precedente, dove si parlava dei piaceri del privilegio di essere europeo oggi in argentina, il bello di godersi la frontiera, quello spazio tra un cittadino argentino e un turista. Va beh, vaneggiamenti.

Quello che volevo raccontarvi é stata l’esperienza del Gran Rex. Mai piú. O meglio, mai piú cosí. Ci ero giá stato quattro anni fa per un concerto di Goran Bregovic e non avevo avuto particolari problemi: Bregovic fa un chiasso che potresti essere a Milano Centrale e lo sentiresti comunque. Invece Drexler fa una musica minimalista, introspettiva, fatta anche e soprattutto di silenzi. E noi, per risparmiare, seduti in penultima fila, a distanza siderale, con dietro solo il muro. Altro che binocolo, dov’eravamo seduti noi c’era un  fuso orario diverso rispetto al palcoscenico. Anche il cantante era spaventato da quello che lui ha definito, giocando col nome del teatro, un dinosauro da 3500 denti…invitando gli spettatori a non accompagnare la musica con battiti di mani, visto che lo avrebbero sopraffatto e non lo avremmo piú sentito.

Io, nonostante la buona predisposizione con cui ero uscito di casa, soffrivo. Soffrivo come mai. Evidentemente staró diventando vecchio e la tolleranza non é piú nelle mie corde. Il teatro era nel buio piú assoluto mentre le ultime due file, le nostre, sono rimaste illuminate per mezz’ora all’inizio del concerto. Con i faretti negli occhi ascoltavo le tre adolescenti di fianco a me mentre mangiavano pop corn, nel classico sacchetto di plastica rumorosissimo. Drexler gorgheggiava accompagnato dalla chitarra e io non lo sentivo, e sudavo, perché tutti canticchiavano e commentavano a voce alta. Il momento clou é stato quando quello dietro di me ha deciso di chiamare un amic@ e fargli sentire la canzone che Drexler cantava. Il malcapitato che ha ricevuto la telefonata non capiva  e al telefono gridava "hola!? hola!? hola?!". Io sentivo meglio questo tipo al telefono che il cantante. Surreale.

Insomma, mai piú. Il concerto di Sabina&Serrat alla Bombonera e Drexler al Gran Rex sono gli utlimi due che ho visto da giovane squattrinato. I prossimi li vedró da vecchio snob in fila due. Una volta ogni tre anni.

 

Volver

diario — 21 maggio 2008

Mancavo dall’italia da quasi un anno. Ho preferito evitare di guardarla con gli occhi del blogger e godermela. Oltretutto queste ultime due settimane sono state un po’ spente dal punto di vista politico, il nuovo governo sì è appena insediato e l’unico dibattito che accende la curiosità dei media è capire se il nuovo Berlusconi, che tende la mano benevola all’opposizione, sia un bluff o una saggia strategia di comunicazione. Che bocca grande che hai, nonno…

Ho passato una settimana a Rimini, una città da cui risulta difficile lanciarsi in analisi sull’italia: Rimini è un non-luogo, come gli aeroporti e lo spogliatoio dell’inter…le persone che gestiscono i bazar di souvenir nel lungomare sono tutti pachistani, le coppiette che passeggiano per la città sono in prevalenza tedesche e il turismo di massa è made in russia. Straniante. Allo stesso tempo ti ritrovi spesso davanti un’italia che non c’é piú (per radio ho ascoltato almeno tre volte "Come mai" degli 883), le persone sono disponibili, aperte, di buon umore.

Ho approfittato per mangiar tutto il mangiabile. La cucina italiana mi mancava parecchio. Quando mi lamento gli amici argentini  mi dicono che in argentina ci sono un sacco di ristoranti italiani e che questo dovrebbe bastare a togliermi di dosso la saudade culinaria. Non capiscono bene di che piatti io senta la mancanza, visto che la cucina argentina ha profonde influenze italiane e qui si può mangiare pasta fresca, gnocchi, polenta, ecc. Vaglielo a spiegare che quella che mi manca è la cucina italiana della gete comune, l’enorme varietà di alternative, le ricette regionali, le ricette di mia nonna, le ricette della mia vicina di casa, le ricette della vicina di casa di mia nonna. Questa cucina mi manca e nei ristoranti italiani non la si può trovare.

Ora ci si rituffa nel trafico porteño. Non ho seguito per niente che cosa succedeva in argentina in queste settimane. Scrivo questo post sull’aereo del ritorno e non so che cosa aspettarmi al mio arrivo: gli agricoltori avranno preso definitivamente il potere e De Angeli è il nuovo presidente della repubbilca? l’inflazione sarà schizzata alle stelle e scopro che devo vendere un rene per pagare il remis da ezeiza a casa? il fumo dei campi e la cenere del vulcano avranno unito le loro forze e non permetteranno all’aereo di atterrare? In queste settimane italiane ho conosciuto diversi argentini che vivono in italia e ho avuto modo di rendermi conto che hanno una visione tremendista di quello che succede nel loro paese. C’è da capirli, la maggior parte di loro è rimasta scottata diverse volte, dagli anni ‘70 al 2001. Ormai hanno ben radicata l’idea che "in argentina ogni giorno ce n’è una ed è impossibile vivere lì". C’é una parte di veritá in queste parole, ma é triste vedere un argentino ripetere i cliché che propongono i media in europa.

Tanto per cambiare gli argentini residenti in italia mi chiedevano se sono pazzo, che la mia è una missione suicida o nella migliore delle ipotesi autolesionista. E invece no, mi rendo conto perfettamente che per loro è difficile, che dev’essere terribile amare il proprio paese, ma non ritenerlo un posto adatto dove crescere i propri figli. Li capisco e mi dispiace per loro. Io però non vedo l’ora di arrivare a buenos aires, rivedere famiglia e gli amici argentini, rituffarmi nel fascino della città, bella e impossibile. Di godermi questa condizione privilegiata di tano.

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