Forse non vengono a cena

Rassicurante la prima pagina di Página12 di oggi, come si sperava per il momento i repressori rimangono in carcere.
Da un anno a questa parte passo davanti alla ESMA due volte al giorno per andare al lavoro. E tutte le volte, tutte le volte che ci passo davanti penso a quello che rappresenta quell’edificio. Non diventa mai parte dello sfondo, un edificio come gli altri. Chissá se succede anche agli argentini, a tutti quelli che passano lí davanti.

Reader Comments (2)

  1. raffaella said:

    proprio oggi pomeriggio con mio fratello (siamo stati tutti e due a buenos aires, in due periodi diversi, quest’anno), parlavamo dell’istituto di cultura italiano, di cui Enrico Calamai in “Niente asilo politico” descriveva corridoi pieni di italiani che chiedevano protezione in nome della loro origine. Pochi di loro, dai racconti di Calamai, sono stati protetti.
    grazie per quello che scrivi, un saluto da roma

  2. pat02 said:

    succede eccome! Parlo sempre da uruguaiana, ma credo di potere parlare anche a nome degli argentini, in quanto purtroppo abbiamo vissuto esperienze molto simili. Sono nata nel 1966 e quindi gli anni della dittatura hanno coinciso con la mia infanzia-giovinezza. Beh, ti posso dire che non solo gli “edifici-simbolo” del terrorismo di stato portato avanti dai militari mi fanno venire i brividi nella schiena, ma:
    -ancora oggi, non riesco proprio ad uscire di casa senza i documenti;
    -anche passare davanti a polizia o a edifici militari in genere, qui in Italia, mi fa un effetto simile, anche se un po’ meno forte, di quello spiegato sopra…

    Credo che la rabbia di tutta la violenza che hanno messo in opera in quegli anni sia una cosa che ci portiamo dentro e che ci porteremo dentro, noi, che abbiamo avuto la poco felice opportunità di vivere sotto dittatura…

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