Ci sono giorni come oggi in cui uno si sente davvero tano. Pomeriggio passato a fare la spola tra casa e la ferramenta, per aggiustare piccole cose della casa.
Cachivache in spagnolo significa "oggetto inutile, rotto, ingombrante", una di quelle cose che sta sempre in mezzo e non serve a nulla. I giocattoli di un bambino, i ferri del mestiere di un vecchio, gli oggetti senza importanza che solitamente teniamo in un garage o in una soffitta. La parola si usa in modo dispregiativo, e puó essere usata anche per definire una persona ("ese tipo es un cachivache") ma con una certa ironia, visto che si tratta ormai di una parola in disuso. C’é persino chi la vuole adottare.
Beh, a quanto sembra los tanos in argentina abbiamo un po’ la fama di cachivachero, ovvero persona propensa a mettere da parte cose inutili. É tipico del tano avere un quincho (un ripostiglio in giardino) lleno de porquerías. Per forza l’italiano metteva da parte, era sfuggito alla guerra, alla fame, e non sono cose con cui si scherza. Il tano per antonomasia ha una casa in perenne costruzione, costante rimodellamento: sta sempre costruendo una tettoia, una torre, una stanza in piú. Io nel mio piccolo faccio la mia parte per non far morire certe tradizioni.
Mi sta prendendo una preoccupante e spero passeggera inflessione romanesca. Soprattutto quando scherzo la butto spesso in caciara, una specie di Mario Brega del Rio de La Plata. Visto che non sto frequentando nessun romano ho cercato di scoprire la causa di questa virata burina e mi sono reso conto che é tutta colpa di quell’infamone di Picchio de Sisti, che ha il ruolo di protagonista nel programma di Rai International "La giostra dei gol". Il programma che voi vi perdete, la versione televisiva di "Tutto il calcio minuto per minuto", con rimbalzi sui campi dove fanno i gol. De Sisti deve pensare che tanto il programma va per gli italiani di terza generazione che vivono in Australia o negli Stati Uniti e si rilassa, dicendo tranquillamente "Mourinho sta a prova’ tutte le alternative, ma ‘a squadra nu je risponne".
Non so se sia solo una contingenza dovuta all’estate, ma in questi giorni sono stato contattato da diversi italiani che dopo tanto discuterne hanno deciso di venire a vivere a Buenos Aires davvero. Alcuni li ho visti per un caffé, altri ancora non hanno un volto, ma mi scrivono in chat domande volanti tipo "Dove compro un frigorifero?". Nei prossimi giorni spero di cenare con colui che si sta dedicando al "salto Tanoka, ma carpiato", un ragazzo arrivato a Buenos Aires una settimana fa come me (senza lavoro), ma con due figli. Tanto di cappello.
Ci sono poi un paio di coppie accampate davanti a casa mia con cartelli tipo "Tanoka, faccia da kulo, dacci un lavoro" o "Erano tutte fregnacce, pagaci il biglietto per il Brasile" o "Almeno facci entrare per fare una doccia". Ragazzi, io l’avevo scritto che c’era crisi…
Meno di due mesi fa vi avevo raccontato che mio suocero si stava costruendo una casetta partendo dal televisore al plasma. Beh, alla facciazza della proverbiale lentezza sudamericana, i lavori sono giá in fase avanzata e la casa sembra tirata fuori da "Cien años de soledad" di García Marquez.

2800 chilometri in 8 giorni non sono male. Di questi almeno 2500 su strade normali, con doppio senso di marcia e tanti, troppi camion da sorpassare. La mia ottima navigatrice é incinta di sei mesi e non ha la patente. Quando appena fuori Buenos Aires ho scoperto che mi aspettavano migliaia di chilometri di non-autostrada ho disperato, ma alla fine si puó fare. Con pazienza e in buona compagnia si puó fare. Siamo partiti per visitare un’amica a Villa Mercedes, cittadina della provincia di San Luis. Volevamo disturbare il meno possibile, ma la sua famiglia ci ha rapiti e siamo rimasti ben piú del previsto. Le tappe del viaggio: Buenos Aires, Villa Mercedes, San Luis, Parque de las Quijadas, Potrero de los Funes, Merlo, Nono, Mina Clavero, Altas Cumbres, Altagracia, Villa General Belgrano, Buenos Aires. Quasi tutto riassunto in 59 foto.