Plaza de Mayo
Forse lo fanno tutti, ma quando viaggio in autobus o in metropolitana guardo la gente. Li osservo e mi immagino le loro vite. Mi perdo nei dettagli: l’espressione del viso, la camicia con il collo consumato, il libro aperto sulle gambe, il colore delle calze, la marca del lettore mp3. Tutto é indizio, tutto comunica, tutto mi aiuta ad immaginare la vita della persona che ho davanti. Qui a Buenos Aires le persone mi danno l’impressione di essere sole. Non nel senso piú terribile della parola, non sono tristi e sole, sono sole. Mi sembrano cellule indipendenti che vivono la propria vita, nel bene e/o nel male, sole. Mi spiego: quando osservavo una persona in spagna o in italia la vedevo e giá mi immaginavo la sua famiglia, i suoi fratelli, il suo fidanzato, il suo migliore amico. Le ragazze spagnole per esempio portano addosso un sacco di dettagli che ti fanno capire chi sono, se stanno andando al lavoro o all’universitá, se vanno a casa a pranzo con la propria famiglia, o se c’é un ragazzo che le aspetta alla prosima fermata. Sí, confesso che normalmente osservo piú le ragazze che i ragazzi, spero che sappiate perdonarmi. Insomma, vedi la persona e cogli l’entroterra che nasconde. Invece qui a Buenos Aires le persone danno pochi indizi, sembrano cellule isolate. Le ragazze mi danno sempre l’impressione di vivere da sole, oppure in un appartamento con delle amiche, ma mai con la propria famiglia. Non si capisce se una donna é sposata. Non cogli bene la differenza tra un impiegato e un direttore d’azienda, i toni dei loro vestiti sono troppo simili. Una parte di queste sensazioni é spiegata dal fatto che la famiglia argentina non é influenzata solo dal modello mediterraneo, ma anche da quello anglosassone e dal purpurrí di culture migratorie. I ragazzi, pesos permettendo, cercano di lasciare casa dei propri genitori prima possibile. É normale quindi che i ragazzi mi diano l’impressione di essere soli, di vivere la propria vita con le proprie forze, soli contro o con il mondo, non accompagnati da quel battaglione che puó essere la famiglia italiana tipo. Ma aldilá di questo sono sicuro che anche la cittá, Buenos Aires, abbia un peso importante. Una metropoli, con tutte le caratteristiche della vita nella metropoli, disgregante, per certi versi alienante. Un punto in piú che avvicina Buenos Aires a New York: le persone sembrano vivere in quei tipici film americani dove i protagonisti spuntano fuori dal nulla, non hanno una famiglia, non hanno dei fratelli o dei genitori, degli amici di infanzia….sono soli e vivono la durata del film da soli, nel bene e nel male. Come Al Pacino e Michelle Pfeiffer in "Frankie and Johnny" o se preferite qualcosa di piú allegro Billy Crystal e Meg Ryan in "Harry ti presento Sally". E poi, l’ultimo elemento che favorisce questo isolamento delle persone é il movimento migratorio interno argentino. La gente lascia la provincia per venire a studiare o a lavorare nella capitale. In quel caso non si tratta di mie sensazioni, sono persone davvero sole. Spesso vengo travolto anch’io dal luogo comune: Buenos Aires é la patria naturale del tango, una cittá malinconica. Da non fraintendere, le persone sono gioviali e se instauri un dialogo scopri che sono piene di idee, di umorismo, di voglia di vivere. Ma se li guardi sull’autobus o in metropolitana, se li guardi in faccia mentre non parlano con nessuno, mentre non sanno di essere osservati, nel loro sguardo c’é qualcosa di malinconico. Non so se sia un qualcosa di nuovo, se cinquant’anni fa fosse diverso. Non so neanche se questa malinconia sia in parte dovuta al momento politico/economico/sociale che il paese ha attraversato negli ultimi vent’anni. Il tango non nasce certo oggi, quindi qualcosa c’era giá in passato. Credo che mi sará difficile scoprirlo.
p.s. Post scritto durante la primavera australe, immaginatevi l’autunno.